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Paragrafo 5 . L'industrializzazione e i rapporti sociali.

     
La  rivoluzione industriale, che con la diffusione di grandi  impianti
era  giunta alla sua fase pi matura, fu accompagnata dalla formazione
di due classi sociali distinte e contrapposte.
     Gli  operai  diventarono "proletari", ossia lavoratori salariati,
impiegati  esclusivamente nella fabbrica e totalmente  dipendenti  dal
salario   con   cui  erano  pagate  le  loro  prestazioni  lavorative.
L'abbandono delle attivit contadine, nelle quali in precedenza  erano
impegnati  per  una parte dell'anno, non fu per l'unico  cambiamento:
ancor  pi rilevante fu forse la trasformazione del loro rapporto  con
il   lavoro.  Essi  infatti,  privi  dei  mezzi  di  produzione,   che
generalmente  possedevano quando si lavorava con metodi artigianali  o
tecnologicamente  poco  avanzati, e  impiegati  ad  azionare  macchine
specializzate in operazioni parziali, persero anche ogni controllo sui
processi produttivi.
     Al   contrario,  gli  imprenditori,  proprietari  dei  mezzi   di
produzione, dalle materie prime alle macchine, esercitavano il dominio
assoluto sull'attivit produttiva; in questa essi investivano tutti  i
loro  capitali,  mirando a realizzare profitti pi  elevati  possibile
attraverso  un  aumento  della  produttivit,  ossia  potenziando  gli
impianti e sfruttando al massimo le capacit lavorative degli  operai.
In  ci  essi  erano  favoriti, oltre che dal possesso  dei  mezzi  di
produzione,  anche  da  altri  fattori.  Determinante  era  la  grande
disponibilit   di  manodopera,  favorita  non  solo  dalla   crescita
demografica e dalla trasformazione capitalistica dell'agricoltura,  ma
anche  dalla  crisi  della lavorazione a domicilio e dell'artigianato,
provocate   dalla   meccanizzazione;  quest'ultima   inoltre   rendeva
possibile  l'impiego  di lavoratori non qualificati,  di  donne  e  di
bambini, pi arrendevoli e disposti ad accettare salari pi bassi.
     Forti della loro superiorit, gli imprenditori sottoponevano  gli
operai  a  condizioni particolarmente gravose: le ore  giornaliere  di
lavoro  erano 13 o 14 per sei giorni alla settimana; le macchine  e  i
sorveglianti   non  consentivano  n  soste  n  rallentamenti;   ogni
infrazione  era  punita con multe ed anche con  il  licenziamento;  le
retribuzioni  erano spesso ai limiti della sopravvivenza.  Oggetto  di
duro  sfruttamento  era in particolar modo la manodopera  femminile  e
infantile;  i  bambini erano costretti a lavorare fin da giovanissimi,
in  alcuni  casi  gi a quattro anni, con orari prolungati  e  compiti
faticosissimi, in ambienti malsani, nelle industrie tessili e  perfino
nelle miniere.
     Fin  dalle  prime  fasi  della industrializzazione  i  lavoratori
cercarono  di  opporsi al duro trattamento cui erano  sottoposti,  sia
rivolgendo  petizioni al parlamento sia attraverso  manifestazioni  di
vario  tipo,  dalla  protesta  alla rivolta  violenta.  Dai  documenti
dell'epoca risulta che oggetto delle sommosse
     
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     operaie  erano spesso le macchine, considerate come le principali
responsabili  del peggioramento delle condizioni di lavoro.  Nel  1779
nel  corso  di un assalto ad una delle fabbriche di Richard Arkwright,
l'inventore  del  filatoio idraulico, venne distrutto  un  macchinario
valutato  pi  di  diecimila  sterline.  Nel  1794  alcuni  lavoratori
chiesero l'intervento dello stato, perch "l'invenzione e l'uso  della
macchina per pettinare la lana, che ha come effetto la riduzione della
manodopera  in  modo  inquietante"  suscitava  in  loro  "il  grave  e
giustificato  timore  di divenire, insieme con le  loro  famiglie,  un
pesante  carico  per  lo  stato".  La  macchina,  infatti,  "sotto  la
sorveglianza  di  un  adulto e servita da quattro  o  cinque  bambini,
svolge  tanto  lavoro  quanto trenta uomini che producono  manualmente
secondo i vecchi metodi".
     N  la  rivolta  n  la  protesta  legale  sortirono  per  alcun
effetto;  ad esse infatti si opposero decisamente sia gli imprenditori
che  lo stato. Le agitazioni operaie si intensificarono alla fine  del
Settecento, quando, sotto l'influsso della Rivoluzione francese,  alle
rivendicazioni   economiche   si  affiancarono   le   idee   politiche
democratiche.  Il  governo britannico rispose con  la  sospensione  di
alcune libert fondamentali e con il divieto di qualsiasi associazione
tra  i  lavoratori.  Questi  reagirono dando  vita  ad  organizzazioni
clandestine  e  promuovendo azioni di vario tipo,  dallo  sciopero  al
sabotaggio,  dalla  distruzione  delle  macchine  all'incendio   delle
fabbriche.
     La  rivoluzione  industriale  ebbe  come  conseguenza  anche  una
diversa  distribuzione  della popolazione sul territorio.  Molte  zone
rurali  si  spopolarono,  mentre in quelle  industriali  si  formarono
agglomerati urbani di varia estensione. Questo si verific soprattutto
nelle  regioni  centro-settentrionali e occidentali  dell'Inghilterra,
dove si trovavano i maggiori giacimenti di carbone e di ferro ed erano
pi  facili  i collegamenti con i porti principali. A Manchester,  nel
Lancashire, dove si concentr l'industria cotoniera, dal 1760 al  1830
la  popolazione pass da 17.000 a 180.000 abitanti. Qui, come in altre
citt  industriali,  attorno alle fabbriche sorsero  quartieri  operai
sovraffollati, con strade strette, case addossate le une  alle  altre,
abitazioni di dimensioni piccolissime, prive di luce e di servizi.
